Poesia/ marinaio

Tutto quello che riesco a vedere

È questo prato sul quale ho assaggiato la vita

Quel giorno d’estate, le gambe intrecciate

A descriverci i nostri futuri

Se fosse tutto come lo vogliamo davvero

Noi oggi non saremmo qui

Io sarei un marinaio e tu un’onda del mare

E invece io sono il passante e tu

Tu sei il vaso che cade d’improvviso dal balcone

piccolo ragno

 

Non sei in grado di splendere
Hai l’anima secca e asciutta
Il cuore è vuoto
E la notte ti rigiri nel letto
Ti nascondi nel buio e ogni tanto
Come un piccolo ragno
zampetti sul muro, ti avvicini,
Tendi la tua ragnatela
verso i miei pensieri
Vorresti catturarli e poi cucirteli addosso
Come una bella sirena
Ma non la indossi tu, la tua bellezza
Chissà dove la nascondi
Ogni tanto la cerco, con le mani, sul tuo corpo, nelle pieghe del tuo ombelico
Negli spazi tra le tue dita
Ossessivamente
Forse la tieni incastrata tra le viscere
Quelle che nel buio torturi, piccolo ragno, instancabilmente
Non trovo niente, mia cara bambina
Non trovo niente
Cerca più a fondo,
mi dici,
e mi sfiori le labbra.

LO LA

 Ah, dolce bambina, ti piace sognare, hai delle mani piccole e fresche ancora ingenue e gentili, incapaci di ferire, incapaci di fare l’amore. Corri scalza per il corridoio, sorridi, c’è qualcosa che cerchi e che ti sfugge, ma non importa, non ti dà fastidio. Tu corri e corri, e a volte inciampi, i capelli ti cadono sul viso, sono lunghi e biondi, un po’ disordinati, belli. A volte ti fermi, capita di vederti con quel minuscolo naso appiccicato al vetro di una finestra, guardi fuori, c’è un bel sole ma fa freddo, qualche insetto zampetta nel prato, c’è un gatto che dorme, un silenzio che sa di buono, il  vicino che ti saluta. Ricambi il saluto, e poi ridi, s’è appannato il vetro, ci sei stata troppo vicina. Si è formato un piccolo fantasma bianco, prima che svanisca ci scrivi sopra qualcosa, il tuo nome. LO LA , lo scrivi separando per bene quelle sillabe quasi gemelle, come ti ha insegnato la Mamma, lei che leggeva Lolita di Nabokov e ti diceva che avete le stesse labbra di fragola. Je m’en fous d’être belle! urlavi sfacciata, quando ti ho vista per la prima volta entrando con rispetto in casa tua per incontrare la Mamma, e poi avvicinandoti ti sei aggrappata al mio orecchio, in punta di piedi,“J’ai vu mon reflet dans le miroir …” sussurravi contenta, prima di saltellare via. Allora arrivava la Mamma, ti imponeva di fare i tuoi compiti, e tu lenta e sbuffante obbedivi, sparivi per delle ore nella tua cameretta. La Mamma mi prendeva per mano, salivamo insieme i gradini cigolanti della Casa, mi portava nella sua stanza polverosa e piena di foto. C’erano volti ovunque, foto di uomini grigi che ci osservavano, la pelle bianca come ceramica e i baffi neri, le cornici erano troppo pesanti e quelle immagini sembravano fatte d’aria, sembravano fantasmi capaci di sfiorarmi la giacca. – Sono i miei fratelli- diceva lei, ma non ci ho mai creduto davvero, penso che fosse la stessa bugia che raccontava a tuo padre quando tornava a casa la sera tardi, stanco dopo una giornata di lavoro, incapace di sentire il profumo della mia pelle tra le sue lenzuola. La Mamma aveva gli occhi di un cervo, ed invece era lei il cacciatore, con quel suo corpo elegante il petto tondo i fianchi larghi, guardarla era già desiderio. Mi sbottonava sempre la camicia partendo dal basso, mi sfilava persino le scarpe e per ultimi, solo per ultimi i pantaloni. Facevamo l’amore per ore e rumorosamente, senza mai chiederci se tu potessi sentire qualcosa, eravamo un po’ pazzi ed incoscienti, un po’ sempre arrabbiati. Io ero arrabbiato perché la mia vita non era mai quella che volevo, tua madre era arrabbiata perché non era mai stata una bambina come lo eri tu, e voleva esserlo in quel momento, tra le mie braccia. Portavamo il peso dei nostri sogni morti sulle spalle e solo sfiorandoci quelli diventavano per qualche minuto vapore lasciandoci vivere davvero. Finito l’amore eravamo capaci solo di piangere e di venirti a cercare. Tu di solito non stavi facendo i compiti e avevi combinato qualche disastro, rovesciato i vasi orientali della zia o rubato il barattolo della marmellata. La Mamma fingeva di sgridarti ed invece era fiera di te.  Perchè tu nel frattempo sei rimasta intatta, come una bolla di sapone o un palloncino non ancora esploso, e hai continuato a guardare le cose con quel tuo modo ingenuo e forse stupido, sicuramente immenso. E ti é stato detto che nella vita potrai fare qualunque cosa, e questa bugia ti culla e ti rende sicura che ci sia una strada, un disegno, un Destino, solo ad un passo da te, lì ad aspettare solo che tu muova un dito; ed è una bugia pericolosa che ti fa credere che c’é ancora tempo, perchè quando sarà il momento…perchè quando lo deciderai…
Intanto, nessuno ti ha spiegato davvero che il destino te lo devi andare a prendere; con le unghie e con i denti, che per le cose bisogna lottare e delle volte, nemmeno quello basta…
Ma tu non conosci la sofferenza e nemmeno il dolore, ingenua e leggera come sei, incapace di credere che il mondo possa ferirti, e pagherai con il tempo questa tua tenerezza, un reato troppo dolce per non essere punito.. e allora forse aprirai gli occhi, e non sarai più in grado di sognare, e ti adeguerai alla fretta, al traffico, all’amore, non corrisposto, ti accontenterai di una vita ordinaria e di un amore mediocre, leggerai le fiabe ai tuoi figli e stringerai le loro manine soffici, come bolle di sapone, ma non troppo forte per mantenerle intatte ..