Giorgina

“Che fai, Giò, ti nascondi?”

Una piccola risata rispose da qualche punto indistinto dietro alle foglie degli alberi, tagliando per qualche secondo l’aria sottile e umida, per poi scomparire. Giulio scosse la testa, sorridendo, e si rimise al lavoro, lasciando la bimba ai suoi giochi. Stava fabbricando un tavolo in legno per il figlio del Signor Bianchi, doveva essere terminato per mezzogiorno. Si era svegliato di buon’ora per non avere fretta e dedicarsi con cura alla sua creatura, che lentamente prendeva forma. Di tanto in tanto, Giorgina faceva capolino tra gli alberi, lasciando intravedere i suoi lunghi boccoli biondi, ed i suoi occhi neri. Si era voluta alzare presto anche lei, insieme al papà: ma non le dispiaceva. Le piaceva l’aria che incontravano al mattino, loro due soli, uscendo dalla piccola casa del borgo per raggiungere il laboratorio in campagna, passando tra i campi appena illuminati da una pallida luce. Le piaceva vedere il mondo svegliarsi, e si sentiva fiera e grande perchè accompagnava al lavoro il papà quando ancora la rugiada non s’era asciugata sulle piante e sull’erba, e la guardava incantata, e gioiva. Teneva la piccola mano bianca in quella ruvida e scura del padre, così grande rispetto alla sua, e gli camminava al fianco lasciando cascare sul viso i suoi lunghi riccioli biondi. Arrivati al laboratorio, la bimba fingeva per poco d’interessarsi al lavoro del padre, ma piano piano scivolava nel bosco e nei campi, richiamata da qualche suo gioco: e spariva. Tornava solo molto più tardi, quando ormai il sole era alto nel cielo, e il padre fingeva d’arrabbiarsi un pochino, prima di baciarle la fronte.

“Giò, dove sei?” quel giorno la bambina tardava ad arrivare. Il sole era quasi alto nel cielo, presto sarebbe arrivato il figlio del signor Bianchi a ritirare il lavoro. Il tavolo era stato già lucidato, era pronto: aspettava solo che qualcuno se lo venisse a prendere, e lo portasse via.

“Sono qua, arrivo!” una vocina stridula giunse dai campi, e Giulio tirò un sospiro di sollievo. Da lontano scorse la sagoma minuta della figlia, ed una sagoma lunga e scura, di un uomo che la teneva per mano. “La perdoni, Giulio, per il ritardo, è stata colpa mia!” Urlò il figlio del signor Bianchi, dal fondo dei campi.

Il sole bruciava nel cielo, le sagome si fecero via via più grandi, e Giulio salutò l’uomo dandogli una stretta di mano. “Sono sicuro che non è colpa sua, Giovanni.” disse, guardando la bimba che con aria colpevole si rifugiava dietro alla giacca dell’uomo. “Lì c’è il tavolo: ci sto lavorando da giorni. Oggi mi sono levato presto dal letto, era quasi l’alba. Però è uscito bello bello: lo guardi bene.”

“E’ davvero un lavoro ben fatto, grazie. Passerà domani a ritirarlo mio cognato, per lei va bene?”

Giulio lo guardò fisso un secondo, con disappunto. Ma poi non gli venne la voglia di replicare, e acconsentì sommessamente: Il tavolo sarebbe rimasto in laboratorio fino al giorno seguente. Avrebbe atteso ancora un po’, prima di giungere a casa.

I due uomini si salutarono senza troppa fretta, dopo aver bevuto un caffè. Avevano molto di cui parlare, essendo tra l’altro dei vecchi amici. Giorgina girava intorno a loro strillando e cercando attenzioni, come una piccola mosca, o un gattino.

Finalmente i due uomini si congedarono e Giovanni, il figlio del signor Bianchi, salutò Giò con un bacio, e se ne tornò a casa felice, pensando a quella campagna piena di sole e ai riccioli biondi di quella bambina.

Giulio e Giorgina tornarono a casa solo molto tardi quel giorno, e rientrarono nel borgo quando ormai era passata da un pezzo l’ora di cena, e ci si preparava a passare la calda sera d’Agosto sul terrazzo o nel letto, a ridere di qualche cosa o a fare l’amore. I bambini di certo dormivano tutti, a quell’ora, ma non Giò, che rideva sentendo brontolare lo stomaco. “Vuole qualche cosa papà, lo senti?” e rideva. “Non lo lascerai deluso, vero?” e rideva di nuovo.

Il padre la portò a mangiare dalla vicina di casa, come spesso faceva, perchè era troppo stanco e arrabbiato per poter pensare anche a quello. Del resto, credeva anche che la piccola avesse bisogno di stare con qualche donna, di tanto in tanto, e non sempre nei campi con lui, non sempre a sporcarsi le dita, tra la polvere e la terra, ma a fare qualche cosa da signorina, come era giusto che fosse. Certo, la bimba non sembrava soffrire, era forse una delle più felici del borgo, lo guardava sempre con quei grandi occhi traboccanti d’amore, lo seguiva volentieri in campagna e soprattutto rideva sempre, con quella sua vocina stridula e i suoi riccioli biondi biondi. Però Giulio conservava ancora il ricordo, vivido come un incubo, di quella piccola creatura distrutta mentre seguiva il carro funebre della madre, senza sapere nemmeno che cosa fosse successo.

Per qualche tempo, da quel giorno, Giò non aveva né parlato, né riso.

Giulio, esasperato e sconvolto, aveva deciso di salvarla dalla solitudine, e di tenerla sempre con sé: sempre stretta a sé: sempre tra le sue braccia. E la portava con sé al lavoro, e dormiva con lei nello stesso letto. Sempre, prima di dormire, le raccontava delle fiabe per paura che nel sonno ricordasse il viso pallido ed esangue della bella madre, per paura che ne sentisse il richiamo. E la stringeva sempre forte, per paura che scivolasse via anche lei, come una placida onda, lontano. E così l’aveva guarita, e ne aveva fatto una bimba veloce e felice, che correva nei prati. Ma di tanto in tanto la portava dalla vicina, e la spiava mentre si divertiva a farsi rimproverare perchè da signorina proprio non si sapeva comportare: e ne era fiero. E ne era fiera, in cuor suo, anche la vicina.

E per giorni, dopo averla vista, ripensava felice a quei riccioli biondi.

Arachidi

Sono allergica alle arachidi. In realtà, sono allergica a tante cose. Al tempo che passa, prima di tutto, e all’abbaiare continuo dei due cani del vicino. Ma soprattutto alle arachidi: se le mangiassi smetterei di respirare di colpo. Mi piacciono però, mi sono sempre piaciute. Adoro il loro profumo, e il rumore che fanno quando si rompono: mi ricordano mio padre, le sue mani grandi e ruvide, con quella fede oro così in contrasto con la sua pelle consumata, e i suoi occhi chiari, le piccole rughe che li accompagnano, il suo sorriso e la sua voce profonda. E mi ricordano il terzo scaffale in alto a sinistra a casa di mia nonna, quello di legno chiaro, dove un barattolo di vetro con disegni oro e blu custodiva tante piccole noccioline già sgusciate, con la solita premura che hanno le madri per queste piccole cose. Oggi invece guardavo mio padre premere sul loro delicato guscio, e romperle, rivelando tutta la fragilità di quella casa che sembrava proteggerle. Sotto al guscio chiaro stava una sorta di carta velina, un po’ più scura, e più sotto ancora, la nocciolina, così protetta, come un bambino avvolto da nuvole di lenzuola. Anche io vorrei qualcuno in grado di rompere questa stupida superficie che mi sta attorno, e svelare e raggiungere quella che sono, e mostrarmela. Forse allora la smetterei di odiarmi, di confondermi con quel guscio ruvido e imperfetto che mi avvolge, e riscoprirei il profumo che sta tra le mani di mio padre e sullo scaffale di mia nonna tra un ricordo ed un altro ancora. Quello che ci portiamo dentro da quando veniamo a questo mondo, che non cambia mai veramente, è quel che rimane di quando eravamo bambini. E’ l’odore dei nostri pomeriggi passati a giocare senza nessun pensiero, nei giorni in cui davvero sapevamo vederci, e sapevamo chi eravamo. Quelli in cui non esisteva differenza tra desiderio e realtà, o tra verità e sogno: eravamo già quello che sognavamo per il nostro futuro, con una convinzione totale, con una forza spaventosa, con addosso quel singolo profumo, il profumo d’arachidi. Piano piano, crescendo, siamo stati noi a cambiare, e a dimenticarlo. Lui è sempre stato lì: ci abbiamo costruito attorno un guscio, forse per rinchiuderlo, forse per proteggerlo, e poi l’abbiamo dimenticato. Eppure basterebbe nulla: la mano di qualcuno che ci vuole trovare, la forza di qualcuno che ci sta cercando, la fame di qualcuno che ci ama, e subito sapremmo come ritrovare chi siamo. Oppure dovremmo noi stessi cercare di scavare oltre la nostra superficie, frugare tra le nostre viscere, cercare il nostro volto bambino, guardarci, chiudere gli occhi, dimenticare la nostra brutta pelle, dimenticare le nostre gabbie, e vivere di nuovo scalzi e presuntosi, con tutta la vita addosso, e nessun corpo.

LO LA

 Ah, dolce bambina, ti piace sognare, hai delle mani piccole e fresche ancora ingenue e gentili, incapaci di ferire, incapaci di fare l’amore. Corri scalza per il corridoio, sorridi, c’è qualcosa che cerchi e che ti sfugge, ma non importa, non ti dà fastidio. Tu corri e corri, e a volte inciampi, i capelli ti cadono sul viso, sono lunghi e biondi, un po’ disordinati, belli. A volte ti fermi, capita di vederti con quel minuscolo naso appiccicato al vetro di una finestra, guardi fuori, c’è un bel sole ma fa freddo, qualche insetto zampetta nel prato, c’è un gatto che dorme, un silenzio che sa di buono, il  vicino che ti saluta. Ricambi il saluto, e poi ridi, s’è appannato il vetro, ci sei stata troppo vicina. Si è formato un piccolo fantasma bianco, prima che svanisca ci scrivi sopra qualcosa, il tuo nome. LO LA lo scrivi separando per bene quelle sillabe quasi gemelle, come ti ha insegnato la Mamma, lei che leggeva Lolita di Nabokov e ti diceva che avete le stesse labbra di fragola. Je m’en fous d’être belle! urlavi sfacciata, quando ti ho vista per la prima volta entrando con rispetto in casa tua per incontrare la Mamma, e poi avvicinandoti ti sei aggrappata al mio orecchio, in punta di piedi,“J’ai vu mon reflet dans le miroir …” sussurravi contenta, prima di saltellare via. Allora arrivava la Mamma, ti imponeva di fare i tuoi compiti, e tu lenta e sbuffante obbedivi, sparivi per delle ore nella tua cameretta. La Mamma mi prendeva per mano, salivamo insieme i gradini cigolanti della Casa, mi portava nella sua stanza polverosa e piena di foto. C’erano volti ovunque, foto di uomini grigi che ci osservavano, la pelle bianca come ceramica e i baffi neri, le cornici erano troppo pesanti e quelle immagini sembravano fatte d’aria, sembravano fantasmi capaci di sfiorarmi la giacca. – Sono i miei fratelli- diceva lei, ma non ci ho mai creduto davvero, penso che fosse la stessa bugia che raccontava a tuo padre quando tornava a casa la sera tardi, stanco dopo una giornata di lavoro, incapace di sentire il profumo della mia pelle tra le sue lenzuola. La Mamma aveva gli occhi di un cervo, ed invece era lei il cacciatore, con quel suo corpo elegante il petto tondo i fianchi larghi, guardarla era già desiderio. Mi sbottonava sempre la camicia partendo dal basso, mi sfilava persino le scarpe e per ultimi, solo per ultimi i pantaloni. Facevamo l’amore per ore e rumorosamente, senza mai chiederci se tu potessi sentire qualcosa, eravamo un po’ pazzi ed incoscienti, un po’ sempre arrabbiati. Io ero arrabbiato perché la mia vita non era mai quella che volevo, tua madre era arrabbiata perché non era mai stata una bambina come lo eri tu, e voleva esserlo in quel momento, tra le mie braccia. Portavamo il peso dei nostri sogni morti sulle spalle e solo sfiorandoci quelli diventavano per qualche minuto vapore lasciandoci vivere davvero. Finito l’amore eravamo capaci solo di piangere e di venirti a cercare. Tu di solito non stavi facendo i compiti e avevi combinato qualche disastro, rovesciato i vasi orientali della zia o rubato il barattolo della marmellata. La Mamma fingeva di sgridarti ed invece era fiera di te.  Perchè tu nel frattempo sei rimasta intatta, come una bolla di sapone o un palloncino non ancora esploso, e hai continuato a guardare le cose con quel tuo modo ingenuo e forse stupido, sicuramente immenso. E ti é stato detto che nella vita potrai fare qualunque cosa, e questa bugia ti culla e ti rende sicura che ci sia una strada, un disegno, un Destino, solo ad un passo da te, lì ad aspettare solo che tu muova un dito; ed è una bugia pericolosa che ti fa credere che c’é ancora tempo, perchè quando sarà il momento…perchè quando lo deciderai…
Intanto, nessuno ti ha spiegato davvero che il destino te lo devi andare a prendere; con le unghie e con i denti, che per le cose bisogna lottare e delle volte, nemmeno quello basta…
Ma tu non conosci la sofferenza e nemmeno il dolore, ingenua e leggera come sei, incapace di credere che il mondo possa ferirti, e pagherai con il tempo questa tua tenerezza, un reato troppo dolce per non essere punito.. e allora forse aprirai gli occhi, e non sarai più in grado di sognare, e ti adeguerai alla fretta, al traffico, all’amore, non corrisposto, ti accontenterai di una vita ordinaria e di un amore mediocre, leggerai le fiabe ai tuoi figli e stringerai le loro manine soffici, come bolle di sapone, ma non troppo forte per mantenerle intatte ..