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Vorrei tanta aria da respirare

vorrei non sentire mai mancanze

vorrei saper dimenticare

Eppure…

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diariodibordo #2

Sogno il mare la notte e la mattina lo scordo. Ma sono sicura d’averlo sognato, perchè lo sento agitarsi sul fondo dello stomaco e battere contro le pareti, come se volesse liberarsi da me, come se volesse scappare.

Sogno il mare la notte e la mattina ho le sue onde dentro di me, le sento arrampicarsi sulla spina dorsale e poi arrivare alla testa, velocemente, furiosamente, come scosse da un forte vento.

Sogno il mare e la mattina mi manca. E vorrei dormire di nuovo, per rituffarmi tra le sue braccia liquide e fredde, e tornare dove sono stata bene. Dove sono stata al sicuro.

E invece nella vita non c’è spazio per il mare, il mare sta oltre la terra, non ci possiamo arrivare. Lo amiamo dalle spiagge le rive e gli orizzonti e lo cerchiamo con gli occhi e nell’aria, ma non ci possiamo arrivare. E allora che cosa dovremmo fare?

Je ne sais pas.

Ci dicono sempre di non mollare, di andare sempre avanti, di affrontare a testa alta ogni sfida. Ma io lo so cosa vuoi dire quando provi a spiegare che nella tua testa, a volte, c’è il nulla più assoluto a divorare i tuoi sogni e a renderli sterili, privi di dare vita. Lo so perfettamente che cosa intendi.

Capita anche a me.

Mi viene spesso difficile spiegare che scrivere non è qualcosa che si decide, è più che altro qualcosa che si ha dentro, e che sceglie da sola quando uscire, quando farsi viva, quando donarsi a noi. Scrivere è un dono, ma anche una maledizione: è possibile essere uno scrittore e non scrivere assolutamente nulla, per tutta la vita. Lo sai come me. Scrivere è il mio mare. Ed ogni giorno è sempre più furioso, sempre più arrabbiato.

Allora mi capita spesso di guardarmi intorno, confondermi tra la gente, cercare di capire che cosa prova quel vecchio seduto in quell’angolo sul treno che non guarda mai davanti a sé, ma sempre fuori, verso i campi di grano aldilà del finestrino. Mi chiedo cosa ci sia nella testa della gente che mi sfreccia accanto, di quella che sta in piedi vicino a me in metro, di quegli amici che ogni tanto vedo per bere un caffè e sentire la solita sensazione di non conoscerli mai davvero.

Mi chiedo quale sia la loro meta. La meta di tutti, tutti loro. Sono solo io, che non so dove andare? O anche loro non sanno cosa stanno facendo? A volte vorrei chiedere aiuto, lasciare un messaggio in bottiglia nel mare di gente che mi circonda e poi lentamente sdraiarmi, chiudere gli occhi, attendere una qualche risposta. Forse arriverebbe qualcuno a spiegarmi che il futuro non è già del tutto deciso, che sono io a dover prendere in mano le redini del tempo e condurlo dove voglio, che ne ho il potere. Forse mi direbbero, non vedi? Nessuno sa cosa lo aspetta. Ma ognuno si sforza di deciderlo.

Buttare piani, quindi, fare progetti, è questa la chiave? Si dice che la vita è quello che capita mentre sei impegnato a fare dei progetti, a pensare ad altro. Probabilmente è così. Allora i nostri piani, i nostri progetti, i nostri sogni, sono solo una piccola parte di quella vita che siamo destinati a non conoscere mai davvero. Una piccola parte che possiamo controllare, nella quale possiamo investire.

Credo che sia così.

Ma cosa capita a chi resta fermo a guardare il mare?

Je ne sais pas.

 

original

diariodibordo #1

Cosa c’è da dire ancora sui nostri sogni? Crescono nel modo in cui crescono i papaveri, tra il cemento ed il terriccio, tra il ferro e la strada, nella loro muta forma di ribellione e bellezza.

Sono troppo grandi e belli per starci accanto senza farci male, per accompagnarci senza prendersi il gusto di farci inciampare ogni tanto.

Ora sono in viaggio, sono in attesa e il tempo che scorre lento sembra una mano che mi accarezza e mi culla.

Magari il treno su cui viaggio sta scivolando nel buio e nemmeno lui sa cosa aspettarsi, ma in qualche modo si fida dei binari che lo conducono e che prima o poi gli regaleranno una meta.

Chissà se è vero che il destino prima o poi arriva semplicemente tendendoci le mani. Chissà se c’è un binario anche per noi.

Io mi accontenterei anche delle capricciose curve di una strada di campagna, o dell’arroganza di un’autostrada ad agosto, o di un sentiero qualsiasi,a patto che sia quello giusto.

Con ostinata dolcezza continuo a credere che tutto quello che siamo è solo un’ombra del nostro grande, immenso destino.

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Arachidi

Sono allergica alle arachidi. In realtà, sono allergica a tante cose. Al tempo che passa, prima di tutto, e all’abbaiare continuo dei due cani del vicino. Ma soprattutto alle arachidi: se le mangiassi smetterei di respirare di colpo. Mi piacciono però, mi sono sempre piaciute. Adoro il loro profumo, e il rumore che fanno quando si rompono: mi ricordano mio padre, le sue mani grandi e ruvide, con quella fede oro così in contrasto con la sua pelle consumata, e i suoi occhi chiari, le piccole rughe che li accompagnano, il suo sorriso e la sua voce profonda. E mi ricordano il terzo scaffale in alto a sinistra a casa di mia nonna, quello di legno chiaro, dove un barattolo di vetro con disegni oro e blu custodiva tante piccole noccioline già sgusciate, con la solita premura che hanno le madri per queste piccole cose. Oggi invece guardavo mio padre premere sul loro delicato guscio, e romperle, rivelando tutta la fragilità di quella casa che sembrava proteggerle. Sotto al guscio chiaro stava una sorta di carta velina, un po’ più scura, e più sotto ancora, la nocciolina, così protetta, come un bambino avvolto da nuvole di lenzuola. Anche io vorrei qualcuno in grado di rompere questa stupida superficie che mi sta attorno, e svelare e raggiungere quella che sono, e mostrarmela. Forse allora la smetterei di odiarmi, di confondermi con quel guscio ruvido e imperfetto che mi avvolge, e riscoprirei il profumo che sta tra le mani di mio padre e sullo scaffale di mia nonna tra un ricordo ed un altro ancora. Quello che ci portiamo dentro da quando veniamo a questo mondo, che non cambia mai veramente, è quel che rimane di quando eravamo bambini. E’ l’odore dei nostri pomeriggi passati a giocare senza nessun pensiero, nei giorni in cui davvero sapevamo vederci, e sapevamo chi eravamo. Quelli in cui non esisteva differenza tra desiderio e realtà, o tra verità e sogno: eravamo già quello che sognavamo per il nostro futuro, con una convinzione totale, con una forza spaventosa, con addosso quel singolo profumo, il profumo d’arachidi. Piano piano, crescendo, siamo stati noi a cambiare, e a dimenticarlo. Lui è sempre stato lì: ci abbiamo costruito attorno un guscio, forse per rinchiuderlo, forse per proteggerlo, e poi l’abbiamo dimenticato. Eppure basterebbe nulla: la mano di qualcuno che ci vuole trovare, la forza di qualcuno che ci sta cercando, la fame di qualcuno che ci ama, e subito sapremmo come ritrovare chi siamo. Oppure dovremmo noi stessi cercare di scavare oltre la nostra superficie, frugare tra le nostre viscere, cercare il nostro volto bambino, guardarci, chiudere gli occhi, dimenticare la nostra brutta pelle, dimenticare le nostre gabbie, e vivere di nuovo scalzi e presuntosi, con tutta la vita addosso, e nessun corpo.

Poesia/ Fame

È perché abbiamo fame di bellezza

È perché abbiamo fame di bellezza che ci annidiamo nei ritardi 

Nei bar a luci soffuse, nei ristoranti in riva al mare e dentro di noi

L’uno dentro l’altro

Io dentro te e tu dentro quello che sono

E mai dentro quello che vorrei essere

Abbiamo fame e ci stringiamo le dita e speriamo di poterci ferire

Per poterci sentire di nuovo vivi

Vivi nei nostri silenzi 

Nelle tue lunghe attese prima che io scenda dalle scale

E senza nessuna pretesa

Così come viene

In un eternità fasulla che abbiamo inventato su misura per noi

E che lentamente sgretoliamo

Come i muri di un’antica Chiesa, quelli contro i quali abbiamo fatto l’amore

All’una di notte e non per caso

Profani peccatori e un po’ ingenui come siamo sempre stati

Come dobbiamo essere per rincorrerla

Per scovarla senza inciampare in un’ossessione volgare

Per vederla arrivare all’improvviso a sfiorarci il volto

Lei

La bellezza

Che non è mai come ce la saremmo aspettata

Come l’avevamo immaginata la notte

Con la pelle liscia e un vestito da sera

Perfetta

È piuttosto un suono sottile

Un treno che frena e scivolando ritorna a casa

Una madre qualunque che abbraccia il figlio dopo averlo punito

Il tuo viso che scompare nel sole

Tra le ringhiere scomode lungo il fiume

Sulle quali amoreggiano i piccioni e i giovani amanti

E qualche nostro pensiero della notte passata

Dimenticato e sconvolto

Che rimane lì, in attesa.

Poesia / Albatro

Mi sento come un albatro 

Come l’aureola caduta in mezzo al fango

E tu invece sei un camaleonte

Io vorrei essere una dea come te

O un brigante o un moccioso

Vorrei quella libertà

E invece resto nella mia fortezza

pregando l’orizzonte 

In attesa di un nemico qualsiasi

Tessendo la mia tela

Fino a quando sentirò fischiare il treno